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 La nuova normativa fallimentare

Mancano ormai pochi mesi all’entrata in vigore il nuovo Codice della Crisi d’Impresa “La nuova normativa fallimentare”, che andrà a sostituire la Legge Fallimentare, tuttora vigente.
Lo spirito della riforma è di intercettare con quanta più tempestività possibile lo stato di crisi di un’impresa, grazie a strumenti di altrettanto rapida efficacia, così da poter intervenire con l’apertura della liquidazione.

Codice della Crisi di impresa e Legge Fallimentare “La nuova normativa fallimentare”
Il Codice della Crisi di impresa è ispirato a una visione più dinamica rispetto a quella statica della precedente disciplina contenuta della Legge Fallimentare. Grazie agli strumenti individuati dalla nuova disciplina – questo lo spirito del riformatore- sarà così possibile individuare con prontezza un’attuale crisi, foriera di futura insolvenza. L’attuale situazione economico-finanziaria dell’impresa in oggetto viene insomma vista in termini prospettici. Tra gli strumenti più importanti della riforma, in questo senso, sono senz’altro da segnalare le procedure di allerta. E ancora la semplificazione di alcuni strumenti già esistenti per facilitarne il ricorso.

Il nuovo Codice della Crisi di impresa e dell’insolvenza
La prima novità è di carattere semantico e consiste nel fatto che il legislatore abbia voluto sostituire al termine fallimento quello di “crisi”. Non solo. Nel nuovo testo il concetto di crisi è strettamente legato a quello di “insolvenza”, differendone solo perché la crisi fotografa uno stato di attuale difficoltà, che in prospettiva si manifesterà nella forma di insolvenza.

La definizione di “crisi” nel nuovo codice
Vediamo quindi quale definizione viene data dalla nuova normativa al concetto di “crisi”. La crisi è definita come “lo stato di squilibrio economico-finanziario che rende probabile l’insolvenza del debitore” (art. 2, lett. A del CCI). Questo squilibrio si manifesta, per l’impresa, “come inadeguatezza dei flussi di cassa prospettici a far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate” si legge ancora.

La definizione di “insolvenza” nel nuovo codice
L’insolvenza è lo stato attuale dell’impresa già definito nell’attuale Legge Fallimentare: “si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni” (art. 5 L.F.).

Gli strumenti negoziali per la risoluzione della crisi
Rientrano tra gli strumenti negoziali di risoluzioni della crisi tutti quelli non legati alla liquidazione coatta del patrimonio. Ma non solo. Perché oltre a quelli contrattuali in senso stretto possono farsi rientrare in questa categoria tutti quegli strumenti in senso lato negoziali. È il caso ad esempio della proposta del debitore, la cui definizione dovesse anche poi sfociare in una procedura giudiziale. E ancora nel caso del concordato preventivo così come negli accordi di ristrutturazione o delle procedure di sovraindebitamento.

L’accordo di ristrutturazione dei debiti
La disciplina dell’accordo di ristrutturazione dei debiti è contenuta nella Legge Fallimentare (art. 182-bis), modificata nel Codice della Crisi di impresa (art. 57). In questo caso si tratta di un contratto: i debitori potranno o meno accettare la ristrutturazione del debito, così come proposta. In particolare è richiesta l’adesione di una percentuale minima del 60%. Che cosa succede ai creditori che non dovessero aderire all’accordo? Restano svincolati, e devono quindi essere pagati integralmente. Le modalità restano quelle della Legge Fallimentare, ovvero la condizione che il pagamento sia dilazionato nel tempo, fino a un massimo di 120 giorni dal momento in cui l’accordo è stato omologato dalla maggioranza.

Le misure protettive nel nuovo Codice della Crisi d’impresa “La nuova normativa fallimentare”
Come abbiamo ricordato, lo spirito del nuovo codice è di allargare le tutele dell’imprenditore, attraverso il ricorso a strumenti di protezione da automatismi di proseguibilità di procedure pendenti o di azioni esecutive o cautelari. Il nuovo codice prevede però, accanto alle misure protettive, precisi limiti perché il debitore possa ricorrervi. Prendiamo il caso delle imprese di dimensioni più grandi: è previsto in questo caso che gli effetti protettivi si producano per un massimo di trenta giorni (art. 55, co. 3, CCI). Questo termine decorre dal momento di iscrizione della domanda nel registro delle imprese, ma a patto che si sia espresso, per una conferma, il giudice. Il termine può inoltre essere protratto, ma per un massimo di quattro mesi.

I termini di durata delle misure protettive
Altro limite viene posta dal legislatore alla durata massima delle misure protettive complessive, ad esempio quelle concesse in relazione al procedimento di composizione assistita della crisi. In tutti i casi considerati, gli effetti delle misure protettive applicate nel complesso non possono superare i dodici mesi, “inclusi eventuali rinnovi o proroghe” (art. 8, CCI).

Il sovraindebitamento
Il nuovo Codice della Crisi d’impresa prevede poi una disciplina particolare nel caso di sovrindebitamento di persone fisiche, non sottoponibili a liquidazione coatta amministrativa o altre procedure liquidatorie. In questi casi il giudice può riconoscere la possibilità di cosiddetta “esdebitazione”, ovvero la liberazione totale da tutti i debiti, qualora dovesse riscontrarsi la meritevolezza e l’assenza di dolo e colpa grave dell’indebitato.

Liquidazione dei soggetti sovraindebitati
La Legge di Sovraindebitamento (n.3 del 2012) prevede che la liquidazione possa essere chiesta solo dal debitore, nel caso in cui questi sia privato, professionista, imprenditore individuale, agricolo o commerciante). Il nuovo Codice introduce invece un elemento di novità, ovvero la possibilità, per i creditori o il pubblico ministero, di richiedere l’apertura della liquidazione controllata. Con questa modifica viene meno il diverso trattamento previsto sinora per le imprese di dimensioni minori. Non saranno altresì più esonerate dal fallimento le imprese agricole.

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