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Cassazione

Per le imprese in crisi il credito può diventare una trappola
Non bastasse la stretta del credito, dovuta a norme nazionali e europee sempre più restrittive, che tante aziende sperimentano sulla loro pelle. Per tanti imprenditori in crisi le cose possono complicarsi per via di una recente sentenza della Corte di Cassazione. Un vortice senza fine. Con un epilogo paradossale. Perché la Suprema ha infatti decretato che se il finanziamento concesso dalla banca, più che risanare la situazione dell’impresa, la aggrava, lo stesso istituto di credito dovrà risarcire i creditori del danno subìto. Facile immaginare che gli istituti di credito, già sul chi-va-là al momento di concedere i finanziamenti, moltiplicheranno i paletti.

Lo stato di crisi e di insolvenza
Come si sa, il nuovo Codice della Crisi di Impresa ha rivisitato tanti aspetti del precedente diritto fallimentare. A partire dalla semantica: nella nuova disciplina, infatti, sparisce il termine “fallimento” per lasciar spazio al concetto di crisi e di insolvenza. Con il primo si intende una situazione di difficoltà attraversata dall’imprenditore. Un fatto interno, dovuto a uno squilibrio economico finanziario, ben presente al titolare, ma non necessariamente palese agli stakeholder. Diverso è invece lo stato d’insolvenza: quest’ultimo emerge invece anche ai terzi, palesandosi ad esempio nel momento in cui il debitore non onora più i propri impegni verso i creditori, come banche, fornitori, Fisco o Inps.

La sentenza della Corte di Cassazione
Il senso della suddetta sentenza del settembre scorso (Civile Ord. Sez. 1 Num. 24725) è che gli istituti di credito devono valutare con ulteriore, estrema prudenza, la situazione patrimoniale del richiedente, prima di concedere finanziamenti. In particolar modo di quei soggetti che risultino essere in condizione di difficoltà economica. È il caso, sottolinea la Suprema, di quegli imprenditori che con il credito concesso, piuttosto che mettere in ordine i conti, rischiano di aggravarli ulteriormente. E in quel caso, a pagare, sarebbero le banche che hanno aperto il rubinetto del credito. Colpevoli, secondo i giudici della Cassazione, del reato di “concessione abusiva del credito”.

Non basta il principio del neminem laedere
La banca, insomma, in questi casi è colpevole di aver omesso la necessaria cautela. Sulla stessa gravano, si legge nella sentenza “obblighi di comportamento più specifici di quello comune del neminem laedere. Dato che l’attività di concessione del credito da parte degli istituti bancari non costituisce mero “affare privato” tra le stesse parti del contratto di finanziamento, l’ordinamento ha predisposto una serie di principi, controlli e regole, nell’intento di gestire i rischi specifici del settore, attese le possibili conseguenze negative dell’inadempimento non solo nella sfera della banca contraente, ma ben oltre di questa; potendo, peraltro, queste coinvolgere in primis il soggetto finanziato, nonché, in una visuale macroeconomica, un numero indefinito di soggetti che siano entrati in affari col finanziato stesso”. Insomma, il rischio secondo la Suprema è che i danni si ripercuotano anche su soggetti esterni all’impresa stessa.

I poteri del curatore fallimentare contro la banca
Nella sentenza si legge quindi uno specifico potere in capo al curatore fallimentare, che potrà agire contro la banca: “Il curatore fallimentare è legittimato ad agire contro la banca per la concessione abusiva del credito, in caso di illecita nuova finanza o di mantenimento dei contratti in corso, che abbia cagionato una diminuzione del patrimonio del soggetto fallito, per il danno diretto all’impresa conseguito al finanziamento e per il pregiudizio all’intero ceto creditorio a causa della perdita della garanzia patrimoniale”.

Gli effetti della sentenza sulle imprese
In un momento di grave crisi per le imprese legata ai criteri stringenti per ottenere credito, un orientamento simile rischia di creare ulteriori difficoltà. Facile prevedere che le banche siano ancora più restìe a concedere prestiti e finanziamenti alle aziende in situazione di crisi, dopo una valutazione della loro situazione patrimoniale. La naturale conseguenza per molte di loro sarà l’iscrizione in Centrale Rischi di Bankitalia e una chiusura con conseguenze nefaste sulla reputazione dell’imprenditore.

Come evitare una chiusura senza prospettive
Evitare tutto questo è possibile, affidandosi al team di SOSAzienda®: i nostri esperti di fisco, burocrazia e credito, oltre che di legislazione per tutto ciò che riguarda la cessione di attività e l’apertura sedi all’estero, saranno al tuo fianco. Ogni anno sono centinaia di migliaia le imprese segnalate in Centrale Rischi: una lista nera che impedisce qualunque possibilità di rilancio del mercato. Con noi puoi evitarlo, rimettendoti in gioco con tutte le tue competenze e il tuo know how. Ripartendo da ‘zero’. Chiedici come.

 

 

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